Un’altra domenica davanti, o alle spalle. Siamo arrivati al momento critico di questo giorno che taglia la settimana come le cesoie del giardiniere. A lei e nemmeno a lui piace molto la domenica. Ci dev’essere qualcosa di sbagliato nelle nostre vite se non riusciamo a sentirci felici di un giorno di festa. Lei crede che sia colpa dell’ansia anticipatoria, del pensiero che procede inesorabilmente verso quello che verrà a breve. E non è nemmeno giusto, chissà, parlare di ansia. Più correttamente è un’attesa, l’attesa di un giorno pieno invece di questo, un giorno vuoto, talmente vuoto che anche alla tv si sente un’eco desolante. Ma noi siamo futuristi, mica leopardiani?

[...] “Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno” [...]

Ecco che son passati duecento anni almeno da quando qualcuno, prima e molto meglio di così, pose la questione della domenica in questi termini. E cosa è cambiato da allora?

In principio fu la tv, signori inamidati, lavati a secco e sbiancati, cartelline in mano per portare il segno della scaletta. Canzoncine, canzoni e canzonette. Sigle, balletti, applausi, applausi, mazzi di fiori, annunci, ospiti, applausi, pubblicità. Vecchie dive, buone da bollire, giunoniche, abbondanti padrone di case artefatte, luci sintetiche, sorrisi smaglianti, starlette fresche come la rughetta colta di buon mattino che al giorno dopo è vizza e moscia, gambe lucide di nylon, divani lunghi e larghi, poltrone di peso, ospiti di un certo peso, stacchetto, le comiche, le gambe, le gambe, ballerini di taffetà, giunchi sinuosi, flessioni ardite, circonduzioni del busto, mezzobusto, bellimbusto, un fusto, due fusti, due fustini in cambio del suo. Pubblicità.

E poi vennero le cittadelle dell’indifferenza, i centri commerciali della felicità tascabile, luci colorate e suoni invitanti, odori e immagini festose, carrelli e sporte, bambini inzuccherati e gruppetti eterogenei di ragazzi, anziani, giovani coppie. Tutti imbustati inconsapevolmente sotto uno strato lucido di cellophane, le mani in tasca e la testa sgombra di preoccupazioni. Fuori si stende il tappeto a patchwork di auto e suv. Uno sguardo all’orologio ed è già ora di mettersi in fila per ritornare a casa, il lungo serpente umano striscia lentamente verso il lunedì.

E così, anche questa domenica è passata, davanti alla tv o in fila per qualcosa. Meno male che tra poco è lunedì. Pronti?… Posti,… Via!